il Forum del Tribunale Minorenni Salerno a soccorso de L'infanzia negata e dei minori

Tribunale per i Minorenni di Salerno Università degli Studi di Salerno

Tribunale per i Minorenni di Salerno

Università di Salerno


Tribunale per i Minorenni di Salerno
Università di Salerno, Dipartimento di Scienze dell’Educazione

10.04.04

Home page

Forum

Aree tematiche

Area pediatri
Area operatori sociali e della pubblica sicurezza

Area insegnanti: parlare di pedofilia con i minori

Area insegnanti: parlare di violenza con i minori (di ESI)

Link utili

 

La testimonianza del minore

di Maria Cira Esposito[1]

La testimonianza è un mezzo di prova che consente la narrazione di un fatto oggetto di prova da parte di una persona che non riveste una delle qualifiche alle quali il codice riconduce l’incompatibilità a testimoniare (es. la qualifica di imputato, o imputato di un procedimento connesso o collegato). Una persona informata sui fatti oggetto di prova assume la qualità di  “testimone” soltanto quando è chiamata a deporre davanti a un giudice.[2]

In linea di principio e secondo quanto prevede il primo comma dell’art. 196 c.p.p. : “ ogni persona ha la capacità di testimoniare”.  Tale principio generale è noto come universalità dell’obbligo testimoniale.

Nel nostro ordinamento giudiziario il bambino, senza limiti di età, può essere ascoltato in veste di testimone nell’ambito di un procedimento penale.

Nei casi di abuso sessuale molto frequentemente il minore svolge il duplice ruolo della “parte offesa” e del “solo testimone oculare dei fatti”, e, per questa ragione si vede costretto a deporre e fornire le proprie dichiarazioni in merito al reato commesso.

La legge n. 66/1996 ha previsto che l’assunzione della prova testimoniale del minore nei reati di natura sessuale, avviene con la formula dell’audizione protetta nella fase dell’incidente probatorio.   In questo modo si riducono i tempi di attesa processuale per il minore e gli si evita per lo più l’esperienza dibattimentale, ottenendo nel contempo che sua deposizione entri a far parte del fascicolo processuale.

La  legge n. 38 del 2009 ha esteso la possibilità di procedere con incidente probatorio nei procedimenti per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, pedopornografia, quando si deve assumere la testimonianza del minore di anni 18 (e non più di un minore dei sedici anni) ma anche di un persona offesa maggiorenne, prevedendo che si possa adottare le particolari modalità di assunzione della prova descritte dall’art. 398, comma 5 bis c.p.p. (audizione protetta) quando all’assunzione fosse interessato un minore e non più un minore di anni 16.

Questa forma di audizione del minore prevista sia nell’incidente probatorio ex legge 66/96, che nel dibattimento ex legge 269/98, evita al minore il dramma di testimoniare di fronte all’abusante e ad altri soggetti estranei e assicura maggiori garanzie di una corretta modalità di conduzione dell’interrogatorio. Il minore testimone non legge la formula di giuramento e non risponde penalmente in caso di dichiarazioni false o reticenti ex art. 497 c.p.p.. Per tutti i minorenni l’esame è condotto dal Presidente che può avvalersi dell’ausilio di un familiare del minore o di un esperto in psicologia infantile ex art. 498 c.p.p. .

A tutela della riservatezza del minore l’art. 472, comma 3 bis c.p.p. stabilisce che il dibattimento si svolga a porte chiuse su richiesta della persona offesa e che ciò avvenga sempre quando la parte offesa e minorenne. Non sono ammesse domande sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa, se non sono necessarie per la ricostruzione del fatto.

La prassi prevede che la stanza, in cui si svolge l’audizione, sia munita di specchio unidirezionale in tal modo il minore, affiancato da uno psicologo, esperto in psicologia infantile, nominato dal giudice ed eventualmente il giudice stesso, si trovano in un locale attiguo a quello in cui si collocano il Pubblico Ministero, l’avvocato, l’indagato che ne abbia fatto richiesta, ed il perito nominato dal giudice per la fonoregistrazione e la videoregistrazione della seduta. I due locali comunicano attraverso un interfono, che consente in tempo reale di intervenire a garanzia del pieno contraddittorio e dei diritti delle parti. In generale, le parti concordano precedentemente le domande (o meglio gli argomenti) da sottoporre al minore e, al termine della prima parte dell’audizione, durante una breve pausa, le parti possono presentare al giudice nuovi interrogativi e richieste di precisazioni. Le domande formulate dal giudice vengono poste al minore attraverso l’ausiliario che provvederà a trasmetterle nel linguaggio più adatto a lui. 

Il processo accusatorio fonda il proprio convincimento solo su prove assunte nel dibattimento davanti al giudice, quindi nel rispetto della garanzia giurisdizionale e dei principi di pubblicità, immediatezza e contraddittorio, impone che le prove nascono nel processo. Vige il principio in base al quale “ la prova debba essere acquisita dal giudice che la valuta”.[3]

Il giudice è l’unico deputato al vaglio di quella particolare prova dichiarativa che è la testimonianza del minore, di conseguenza le informazioni assunte nel corso dell’audizione sono cruciali e devono essere raccolte da professionisti specificamente formati.

Il primo problema che si pone  è “l’attendibilità del teste minore” vittima di reati sessuali.

Il compito del giudice è quello di sforzarsi ad una analisi delle dichiarazioni scriminando i dati esperienziali da eventuali elementi di fantasia, può avvalersi di un perito a cui affidare l'indagine psicologica, che concerne due aspetti fondamentali: l'attitudine del bambino a testimoniare, sotto il profilo intellettivo ed affettivo, e la sua credibilità.

 Il primo consiste nell'accertamento della sua capacità di recepire le informazioni, di raccordarle con altre, di ricordarle e di esprimerle in una visione complessa, da considerare in relazione all'età, alle condizioni emozionali, che regolano le sue relazioni con il mondo esterno, alla qualità e natura delle dinamiche familiari.

Il secondo - da tenere distinto dall'attendibilità della prova, la cui valutazione rientra nei compiti esclusivi del giudice - è diretto ad esaminare il modo in cui la giovane vittima ha vissuto ed ha rielaborato la vicenda in maniera da indurla a muoversi tra i termini della sincerità, del travisamento dei fatti o della menzogna[4].

Si può affermare che la valutazione sulla capacità del minore di rendere la testimonianza è affidata  al perito, mentre la valutazione della veridicità o meno del racconto del minore è affidata al giudice, il quale deve esplorare il contesto in cui i fatti si sarebbero verificati, le condizioni familiari, sociali, culturali in cui la vicenda si colloca e chiarire in quale ambito e come sia maturata la prima rivelazione del minore.

Il giudice che si occupa della materia sa molto bene quale influenza devastante possa avere la situazione di contorno sulla genuinità della prova e di conseguenza sulla valutazione della attendibilità del teste soprattutto quando i fatti oggetto di contestazione si collocano in ambito familiare o, comunque all’interno di un rapporto affettivo.

 Nei casi di violenza intrafamiliare, tra gli aspetti maggiormente stressanti della testimonianza vi è il dover sostenere l’accusa verso una persona importante della propria vita, sentendosi molto spesso responsabile di ciò che è accaduto e di ciò che potrà accadere all’accusato. Il bambino teme il giudizio dei propri familiari, amici e conoscenti e si interroga continuamente su ciò che essi potrebbero pensare di lui e di ciò che è successo, con il conseguente aumento dei sentimenti di vergogna, colpa e imbarazzo[5]. L’idea di dover raccontare l’esperienza abusiva di fronte a chi l’ha perpetrata è generalmente accompagnata da livelli di angoscia e paura ancor prima di testimoniare.

La testimonianza è la rievocazione del dolore che il bambino vorrebbe magicamente espulso da sé. [6]    In queste condizioni la capacità di fornire dichiarazioni chiare ed attendibili diminuisce, i bambini mostrano segni evidenti di turbamento piangono, si agitano, cercano di lasciare l’aula, si rifiutano di parlare e si nascondono dietro la barriera del silenzio, sono incapaci di verbalizzare e di identificare correttamente persone, luoghi e fatti[7].

 Un bambino non racconta tutto e subito, le versioni che rende nel tempo non sono completamente sovrapponibili, che a volte ritratta e poi torna a confermare, è indispensabile che il “nucleo essenziale del racconto rimanga integro” mentre non rileva se nelle dichiarazioni successive compaiano particolari prima non rivelati, ovvero non vengono riferiti particolari in precedenza descritti, ovvero alcuni mutino.[8]

La testimonianza che espone il dichiarante ad un grave rischio per la salute non può costituire oggetto di un obbligo coercibile. Partendo da tale principio generale la Suprema Corte, in alcuni casi, ha ammesso la “testimonianza indiretta”.

La possibilità per il minore di sottrarsi all’esame del contraddittorio delle parti passa attraverso due previsioni normative: a) da un lato la possibilità di procedere alla lettura delle dichiarazioni del testimone bambino quando lo stato di salute del bambino porti a temere seriamente che la sua audizione possa pregiudicare il suo equilibrio psico-fisico (così integrando una causa di impossibilità a deporre non prevedibile all’epoca delle prime dichiarazioni, ai sensi dell’art. 512 c.p.p.);  b) dall’altro la possibilità di procedere all’esame di testimoni che non hanno assistito ai fatti ma che hanno raccolto le dichiarazioni del minorenne tutte le volte che lo stato di salute del testimone diretto comporti un prevedibile pregiudizio in occasione della sua audizione, ai sensi dell’art. 195 c.p.p..

Nel primo caso occorre che vi siano comunque delle dichiarazioni del minorenne raccolte in una sede diversa da quella in contraddittorio davanti al giudice.

Nel secondo caso occorre che vi siano delle persone che hanno sentito e raccolto solo oralmente le dichiarazioni del minorenne.[9]  

Un esempio è quello di un bambino che successivamente alla sua audizione protetta in sede di incidente probatorio aveva rivelato di essere stato vittima di ulteriori violenze sessuali. I giudici di merito, anziché sentire il minore in contraddittorio (sia pure nelle forme dell’audizione protetta) avevano dato lettura delle dichiarazioni che egli aveva reso nel corso delle indagini (non in contraddittorio). La Corte Suprema ha sostenuto che si può procedere alla lettura delle dichiarazioni rese dal bambino nel corso delle indagini poiché questi era affetto da un grave stress psicologico in conseguenza delle violenze subite e che la sua audizione avrebbe potuto rendere irreversibili i danni provocati da tale malattia.[10]

Un secondo esempio la vittima minorenne non era stata in condizione di testimoniare per una “amnesia retrograda” al suo posto era stata escussa la madre che aveva raccolto il suo racconto di violenze.[11]

Nella maggioranza dei casi la sede più appropriata per l’esame del testimone minorenne è l’incidente probatorio e il giudice che l’avrà disposto ordini che si proceda con tutte le cautele possibili, perché anzitutto devono essere tutelate le esigenze del minore. Egli può stabilire particolari modalità che reputi necessarie ed opportune. Fra queste ad esempio rientra sicuramente anche la forma scritta, laddove sia consigliata o imposta dall’esigenza di proteggere la fragilità emotiva del minore e di assicurare nel contempo la genuinità della deposizione.[12] La Suprema Corte ha sostenuto che il ricorso alla forma scritta non lede il principio del contraddittorio perché la prova si forma nel processo.[13]   

Si ritiene che  l’ascolto del minore dovrebbe sempre essere protetto, alle condizioni sopra descritte, per qualsiasi fattispecie di reato, qualunque sia il ruolo processuale: persona offesa, testimone, persona sottoposta ad indagini, imputato. Questo perché la personalità del soggetto minore è in fieri, suscettibile di continui mutamenti in senso involutivo ed evolutivo e necessita di particolare attenzione e scrupolosità.

[1]avvocato  esercita la professione in Napoli. Presta consulenza di diritto di famiglia presso lo Sportello Famiglia di Portici (Na).

[2] Baccaria G.M. (2010),  Incidente probatorio, Il Diritto, Enciclopedia Giuridica del Sole 24 ore, vol. 16.

[3] La Rocca N.E. (2010),  La testimonianza, Il Diritto,  Enciclopedia giuridica del Sole 24 ore, vol. 7.

[4] Corte di  Cassazione sez. III, n. 23278 del 6/4/2004, Corte di Cassazione n. 5003 del 7/11/2006,  Corte di Cassazione n. 39994 del 26/9/2007.

[5] Miragoli S.(2006) Il coinvolgimento del minore di abuso sessuale all’interno del sistema giudiziario: conseguenze psicologiche, Maltrattamento e abuso all’infanzia, Vol. 8, n. 3.

[6] Bouchard M. (2003),  La tutela del minore vittima del reato nel processo penale, 22° Congresso Dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e la Famiglia.

[7] Miragoli S.(2006), Il coinvolgimento del minore di abuso sessuale all’interno del sistema giudiziario: conseguenze psicologiche, Maltrattamento e abuso all’infanzia, Vol. 8, n. 3.

[8] Gatto A. (2010), Incontro di studio sul tema Prova dichiarativa : meccanismi del ricordo, tecniche di escussione e criteri di valutazione.

[9] Bouchard M. (2003), La tutela del minore vittima del reato nel processo penale, 22° Congresso Dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e la Famiglia.

[10] Cassazione Sez. III, 25.09.2000, Galliera in Cassazione Penale 2002.

[11] Cassazione Sez. III, 27.08.1998, Scardaccione, in Giuda al diritto, 1998, n. 37.

[12] Crapanzano C. (2007),  La testimonianza dei minorenni nel processo penale, Overlex.com.

[13] Cassazione Penale Sez. III, 25.05.2004, n. 33180.